reazioni
Quando vieni licenziato, hai una grande opportunità. Quella di piazzarti sul divano a meditare sul senso della vita in generale e della tua in particolare, ma come al solito non sono stata abbastanza furba da coglierla. Ho avuto però modo di condurre una piccola, ma preziosa ricerca statistica sulle possibili reazioni della gente alla notizia di un licenziamento, ovviamente non il loro. Dalla ricerca, per questioni affettive, mi trovo costretta a escludere mia madre e Peffozza. Mia madre ha detto semplicemente: “Bene”. Dove la parola bene non aveva però il significato che comunemente si intende. Era un “bene” interlocutorio, così per prendere tempo, in cerca delle parole giuste da dire per non ferirmi e soprattutto per non fornirmi un’arma micidiale di ricatto per gli anni a venire. (Si sa: nel rapporto madre/figlia la lotta è dura e senza esclusione di colpi. Continuiamo entrambe a rinfacciarci a vicenda frasi ed episodi che ormai si perdono nella notte dei tempi). Peffozza invece ha sorriso, con quel sorriso imbarazzato - che mio malgrado ho ereditato – che non riesce a fare a meno di sfoderare anche quando viene raggiunto da notizie decisamente più tragiche della mia. Tipo “è morto il tizio” e Peffozza sorride. Di quel sorriso che solo chi lo conosce può capire il senso. Dalla statistica in questione escluderei anche il gatto non tanto perché gatto, ma perché quando gli ho detto: “Grisù mi hanno licenziato”, mi ha dato un morsino a una mano. Il che mi lascia pensare che, in effetti, non abbia capito un emerito cazzo di quanto gli stessi comunicando.
Comunque, torniamo alla scienza esatta. Intanto opterei per una prima, grossolana, distinzione, che poi è anche l’ultima. (Perché, comunque sia, io in scienze sono sempre stata una frana). Alla notizia del tuo licenziamento, la gente può reagire in quattro modi: le mummie, i silenti, gli scacchisti e gli allegroni.
Le mummie sono quelle che praticamente quando le incontri ti fanno la faccia a mummia. Occhi mesti, fronte corrucciata, labbra piegate in una smorfia di sofferenza. Una maschera di dolore. “Oddio che ti è successo?” chiedi. “No, niente, è per il tuo licenziamento….”. Dopo lunga riflessione, credo di poter inserire in questo macro-gruppo, senza tema di smentita da parte della comunità scientifica internazionale, tutti coloro che in realtà se ne sbattono allegramente il buzzino – non so cosa sia, ma la nuova regola è che non posso dire più di due volte cazzo per post – del fatto che ti sei trovato all’improvviso senza lavoro.
Gli scacchisti sono quelli che appena si diffonde la notizia del tuo licenziamento ti chiamano per sapere come ti muoverai ora, cosa farai adesso, che proposte alternative ti hanno fatto. C’è uno scacchista in particolare che mi sta dietro da giorni, instancabile. Incurante delle sonore e sincere offese che gli ho rovesciato addosso a più riprese, continua a pormi domande a cui io per prima non so dare una risposta.
I silenti sono quelli che sanno del tuo licenziamento, forse ci godono anche, ma almeno hanno il buon gusto di non dirti nulla.
Gli allegroni. “Ciao Mavi, come va?” “Benino, grazie”. “Benino, perché benino?” “Sono stata licenziata”. “Oh. sai mica dove danno da bere?”. In questo gruppo vanno senz’altro inseriti quasi tutti i miei amici e conoscenti.
Poi ci sono quelli , e sono tanti, che, con una semplice telefonata, ti fanno sentire meno solo. Quelli che non usano espressioni di circostanza e sanno trovare le parole giuste. Quelli che invece non dicono una parola ma ti danno una mano. Ma anche loro, per motivi affettivi, non rientrano nella ricerca.
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