Il party del licenziamento
Nella mia prodigiosa ingenuità, ero fortemente convinta che un atteggiamento positivo dinnanzi alle avversità della vita, avrebbe preservato la mia salute fisica e mentale. Così, il giorno in cui il postino mi ha recapitato la lettera di licenziamento, ho deciso di organizzare un magnifico party a casa mia. Un party del licenziamento! Che bella idea! Così, mentre in fretta e furia sbaraccavo quella che è stata la mia scrivania per quattro lunghi anni, ho inviato un sms volante a qualche amichetto qua e là: "Sono stata licenziata, stasera festino a casa mia". Ho tentato di coinvolgere, senza successo, anche i colleghi che avevano subito la mia stessa sorte, ma misteriosamente hanno tutti declinato. Non si sentivano dell'umore adatto, mi hanno spiegato. Imperterrita, ho accumulato tutti i salumi e i formaggi che sono riuscita a racimolare dai cesti natalizi - non sono mai stata una gran donna di casa - ho tirato fuori tutte le bottiglie di vino che avevo nel ripostiglio e ho accatastato il tutto sul tavolo di cucina. Tocco di classe: la lettera di licenziamento attaccata alla porta. Dopo due orette di attesa, intorno a quel tavolo imbandito eravamo in quattro. Nell'ordine, io, quel disgraziato che sta con me, e due cari amici visibilmente imbarazzati per l'innegabile fallimento della serata. Una decina di invitati mi hanno chiamata spiegandomi che, loro malgrado, stavano facendo i conti con il terribile virus gastrointestinale che circola in questi giorni a Firenze, tutti gli altri si sono limitati a chiamare per avere notizie sul licenziamento. E così, mentre mi ingozzavo, con l'occhio sempre più spento, di quintali di formagio di capra, in preda a un evidente desiderio di abbrutimento, ho trascorso tutta la sera al telefono. "Si sono stata licenziata... si all'improvviso... sì non me l'aspettavo... che farò? mah... ora vedrò". E io che mi ero immaginata musiche e balli fino all'alba!!! Il peggio, però, è arrivato intorno a mezzanotte. Quando, finalmente, il campanello della porta di casa ha emesso un sonante dlin dlon. Il sorriso, appena abbozzato, si è subito spento: ormai ero troppo depressa per reagire a stimoli luminosi e sonori. Inutilmente il grazioso gruppetto di amici tutti fantasticamente disoccupati - qualcuno per scelta qualcuno per possibilità - ha brindato al mio licenziamento - alla mia libertà ritrovata, dicevano - con cori gaudiosi. Era come rianimare un cadaverino. Comunque la mazzata finale, quella del tracollo definitivo, si è presentata puntuale Intorno alle una, quando, mordendomi l'ultima unghia rimasta, ho acceso la ventesima sigaretta nel giro di due ore. Un certo Simone, che Dio l'abbia in gloria - si gira e mi fa, candido candido: "Sai Mavi, mi sa che stai fumando troppo. Ti vedo un po' grigia, un po' spenta, ti stanno venendo anche le rughe". So che potrei essere fraintesa, ma è stato peggio del licenziamento. A quel punto, con molta calma e altrettanta determinazione, ho chiesto di potermi ritirare nelle mie stanze.
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